giovedì 28 aprile 2016

Vado errando et pugnando. (Da Soriano nel Cimino a Caprarola)

lago di vico

28 Marzo 2016

Qual giorno! Qual nebuloso giorno! Et qual misteriosa magneficenza, oh pugnaci, si rivelerà a me ne la festosa giornata de lo pasqual lunedì. Vagheremo per selve, monti, diaboliche grotte, laghi et purtroppo anco maldite stradacce pe' le rozze carovane. Lo cammino sarà lungo et impervio, la vista ridotta a un deca di metri di fronte a me, ma ciò non sufficerà a fermar lo Brancammino, che terminerà infine a lo palazzo Farnese, in Caprarola. Baldanza!

Itinerario: Soriano nel Cimino - Monte Cimino - Faggeta - Poggio Nibbio - Monte Venere - Lago di Vico - Caprarola


Percorso dettagliato: vd. in fondo all' articolo
Cammino: 32 km


Nebbia e pioggia sono le protagoniste di questo lunedì di Pasqua. Una festa assurda, se pensiamo alla sua origine. Racconta Marco evangelista, che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salomè si recarono al sepolcro del Cristo, ma al posto del suo corpo vi trovarono un angelo che disse: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mc 16,1-7). Bene... mi dite allora che diavolo abbiamo festeggiato la domenica, se abbiamo scoperto della resurrezione solo il giorno dopo? E' chiaro che questa festa sia ancora più pagana della mia innocua burla del venerdì santo, esistendo solo per permettere ai penitenti digiunatori della Quaresima di ingozzarsi per due giorni filati senza troppi sensi di colpa e timore di dio.
Quanto a me, quella mattina trovo una ricca colazione ad attendermi e fornirmi i panini necessari per la tappa di oggi. Devo ringraziare il ricco banchetto, altrimenti anche oggi avrei rischiato il digiuno fino a sera. Al di fuori della grande sala vuota, dove consumo la colazione, il cielo diventa sempre più grigio e umido, come da previsioni. Sono servito da tre cameriere e dall'uomo della reception, che a ogni richiesta risponde sempre con una doppia affermazione, che se scritto potrebbe assomigliare a: "Sìssì". Assomiglia a Bombolo. Prima di partire, mi chiede dove sia diretto e sentita la risposta mi dice:
"Caprarola, sìssì, non è lontana, guarda... tu prendi...", s’interrompe per prendere un foglietto.
"...questa strada qua..." dice iniziando a tracciare delle linee sulla carta.
"...poi giri di là, verso Roma, ecco. E alla fine sei a Caprarola", dice trionfante sollevando la penna dal tavolo.
"Ma questa è la strada delle auto, no?"
"Sìssì, non ha la macchina?", chiede sorpreso.
"Eh no, veramente vado a piedi"
"A piedi? E non si perde? Ce l'ha una cartina?"
"Più o meno..."
"Ah beh, allora in bocca al lupo".
"Comunque per il paese giù a destra, no?".
"Sìssì".
Inizia così il terzo giorno del Brancammino, sotto un cielo plumbeo e con la temperatura molto più bassa rispetto ai giorni precedenti. Niente che non si possa rimediare con una ventina e un paio di scarponi decenti, in questo caso non i miei, ancora abbastanza sicuri, ma in rapido disfacimento ad ogni chilometro in più.
Nel mio piano iniziale non prevedevo di ritornare sul Monte Cimino, bensì di utilizzare un sentiero trovato su internet, ma non confermato dalle guide. Questa infatti è la prima tappa che ho preparato senza il supporto di Ammappalitalia o altri siti, ma già il giorno prima, imbattendomi nel cartello del sentiero che porta a Poggio Nibbio, meta intermedia prevista dalla tappa, mi ero deciso a rinunciare a sentieri improbabili e ad affidarmi al C.A.I e alla Via Francigena per raggiungere il Lago di Vico e da lì, Caprarola. Questo vuol dire ripetere parte del sentiero di ieri, una scelta che potrebbe ridurre la gioia della scoperta e dell'esplorazione, e allora ben venga questa fitta nebbia ad aggiungere un tocco mistico al tragitto. Prima di affrontare la salita mi procuro un bastone da un arbusto di nocciolo, ottimo legno da intagliare per passare il tempo soprattutto durante camminate che offrono poco alla vista, come parrebbe essere il caso di oggi.



monte cimino
Leaving Soriano

Ripercorro la strada del giorno prima fino all'attacco del Monte Cimino, su cui salgo dalla stradina sterrata e non dal percorso per downhill, strada più veloce ma molto più ripida. Alle 10.30 circa mi avventuro sul sentiero per Poggio Nibbio, circa quattro ore di marcia da qui, a metà strada sull'itinerario di oggi. Più salgo verso la foresta sacra, più la nebbia avvolge ogni cosa, ammantando di bianche nubi gli alberi spogli e gli enormi massi già ammirati il giorno prima, ma ora diversi, silenziosi giganti di pietra addormentati nella nebbia. Il sentiero si riesce a seguire senza troppe difficoltà, il bastone percuote la terra senza emettere suono, come i miei passi. Qui si sente solo il vento che scuote le cime degli alberi, lunghe dita legnose che graffiano il cielo bianco, attraversato dal volo basso di pochi uccelli temerari.


monte cimino
I faggi - Legno su carta
Quasi giunto alla vetta, m’imbatto nel cartello indicante il "Sasso naticarello", un enorme macigno che si regge in bilico su una stretta base d’appoggio, si riesce a farlo oscillare usando come leva un semplice bastone. Lasciato questo miracolo della natura, punto verso la prima tappa di oggi, il monte Cimino, dove incontro due persone che come me non si sono lasciate turbare dalla pioggia.
La nebbia quassù è imperscrutabile, cammino strizzando gli occhi alla ricerca dei segnavia su alberi e rocce, fortunatamente ben riconoscibili. Non riuscendo ad allungare lo sguardo verso l'orizzonte, ci si può concentrare sui dettagli, dare forme ai macigni: qui un drago, lì un orso, più lontano un orco addormentato, e avanti così, a inventare nuovi spettacoli, interpretando forme e colori bagnati dalla pioggia, finché le grosse pietre calano di dimensione e balza all'occhio un altro particolare che il giorno prima mi era sfuggito: la presenza di un lichene foglioso che cresce sulla corteccia di alcuni faggi. Si tratta della lobaria pulmonaria, un lichene tipico di foreste vetuste e ambienti con aria pura, un'altra caratteristica che conferisce magia al luogo che sto per lasciare.
In meno di un’ora sono sul sentiero già percorso il giorno prima in direzione opposta, una lunga passeggiata dentro il fitto bosco di conifere. Raggiungo il punto in cui ho fatto sosta ieri e proseguo sulla strada per Poggio Nibbio. Da qui in una giornata di sole potrei ammirare il lago di Vico, il volo dei nibbi e la foresta alle mie spalle, ma tutto quello che mi si presenta è un muro di denso vapore.  
via francigena
Lo nebuloso muraglione


Da Poggio Nibbio si può raggiungere il tratto di Via Francigena che porta al Lago di Vico. Anche su questa via, oltre ai ruderi dell'edificio della vecchia posta di Poggio, la coltre nebulosa lascia poco da segnalare. Qualcuno potrebbe pensare che sia uno spreco di tempo camminare in una giornata come questa, ma io sono un seguace di quella che io chiamo la "scuola islandese", che insegna a equipaggiarsi adeguatamente e partire con qualsiasi condizione atmosferica (nei limiti del pericolo), confidando nella variabilità del tempo e la possibilità di assistere a spettacoli inattesi. Certo, questa filosofia si applica con maggior successo in una terra dove il tempo cambia davvero ogni cinque minuti, ma da quando la seguo, ovvero dal mio viaggio sull'isola l'anno scorso, sono sempre restato soddisfatto dalle partenze sotto pioggia e vento, spesso terminate con bei tratti o arrivi soleggiati o quantomeno con un'avventura da raccontare.
Poco prima di raggiungere località Canale, odo uno scampanio e il rumore di un’auto. Mi fermo sulla strada, mi guardo intorno alla ricerca della provenienza di quei suoni, ma a dieci metri di distanza, massima visibilità nel bosco, non vedo nulla. Avanzo di pochi passi, un gregge di pecore si manifesta davanti ai miei occhi, gli animali attraversano la strada saltando giù da un muretto, belando spaventate alla mia comparsa, che dev'essere stata tanto improvvisa quanto la loro per me. Nel grigiore di questo primo pomeriggio i velli bagnati delle pecore e degli agnelli sembrano essere fatti della stessa materia della nebbia in cui si mimetizzano. Un perfetto esempio di come la banale visione di un gregge di ovini, tinta con i colori di questo lunedì diventa molto suggestiva. Gli ovini si fermano al di là della strada, ci scambiamo sguardi interrogativi tra quadrupede e tripode e torniamo entrambi nella coltre fumosa da cui siamo apparsi.  

via francigena
Valanga ovina


pecore
Pecore nella nebbia


Qualcuno dei loro parenti probabilmente si trova a pezzi nelle borse dei tenaci della Pasquetta che incontro a località Canale, intenti ad appicciare fuochi per la grigliata. Il loro baccano infernale mal si addice alla quiete del posto. Sono grato ancora una volta alla pioggia per aver tenuto lontano dai sentieri le orde di camminatori urlanti che altrimenti avrebbero infestato questo luogo. Leggendo queste parole, scritte da un viandante solitario, potreste pensare che sia un misantropo, e in parte avreste ragione, ma la verità è che credo che per percepire la potenza, la grandiosità e l'equilibrio della natura, per sentirsene parte e lasciare che a sua volta diventi parte di noi, sia preferibile esplorarla in piccoli gruppi, in coppia, a volte persino meglio se soli. Le voci coprono gli immensi silenzi, le sinfonie degli elementi o il canto dei naturali abitanti di questi luoghi, rendendo più difficile, forse impossibile, perdersi per qualche istante, quello che basta per riconciliarsi con se stessi e percepire quanto si è parte integrante dell'universo pur essendone un minuscolo tassello.
L'ascesa per il monte Venere parte da qui, per un attimo mi chiedo se abbia un senso salire lassù per non vedere nulla, visto che la nebbia non retrocede di un metro e la pioggia cade sempre più fitta. La scuola islandese impone però di proseguire, così m’incappuccio e salgo per circa trecento metri seguendo il sentiero 128. Continua lo spettacolo di rami che si stagliano verso la cappa di nuvole, mentre del lago nessuna traccia, attraverso i grossi faggi secolari, silenziose sentinelle che si ergono dal tappeto di foglie cadute, non trapela nulla del panorama a valle.

lago di vico
Silvane sentinelle

Un cartello mi informa che sono arrivato in cima, un altro obiettivo raggiunto e una brevissima sosta prima di raggiungere il pozzo del diavolo. Essendo di origine vulcanica anziché carsica, come la maggior parte delle grotte, rappresenta una vera rarità, ed è l'unica grotta vulcanica del Lazio.
E' tempo di scendere dal monte e puntare verso il lago. Vorrei scendere per il declivio della montagna direttamente verso i canneti della riva, ma non si trova un sentiero abbastanza agibile con questo tempo, il terreno roccioso e coperto di foglie bagnate, oltre alla visibilità molto ridotta non m’incoraggiano ad aprire una via attraverso la boscaglia, cosa che in condizioni normali non avrei indugiato a provare.  Per un sentiero che costeggia il Monte Venere si torna così a località Canale, ora desertificata dalla pioggia che ha scacciato anche i grigliatori più tenaci. Fallito il piano di discendere attraverso il bosco mi resta ora la possibilità di raggiungere Caprarola sulla via normale, che mi allontana dal lago.
E' un vero peccato che non esistano sentieri che colleghino Caprarola al lago, mentre da qui si può proseguire sulla via Francigena e raggiungere Ronciglione in poco più di un’ora. Se avessi saputo che la strada dal lago di Vico a Caprarola si sarebbe rivelata una lunga marcia su tornanti di asfalto, sarei proseguito fino a Ronciglione e da lì sarei tornato a Caprarola su strade e sentieri ben più piacevoli, ma andiamo con ordine, ché la giornata non è ancora terminata e qualcosina da raccontare ancora c'è. 
Una lunga marcia dicevo, iniziata poco dopo essermi allontanato dalle pendici del monte Venere, attraverso noccioleti fino a un bivio e una scelta: proseguire sulla via Cassia Cimina per raggiungere Caprarola o allungare verso il lago. Vince ovviamente la seconda, non posso certo lasciare fuori dal Brancammino un luogo topico come quello in cui Matelda dichiara il suo amore per Brancaleone ed ei si strugge per rispettar lo voto de lo gran cavaliere, o com'ebbe da dire Teofilatto, scarso cognoscitore di femmene qual'egli fu.  Il tempo inizia a migliorare, proprio ora che il cammino sta per entrare nella sua ultima parte, la cima del monte però è ancora incappucciata dalle nubi e lo rimarrà fino a che non raggiungerò il lago ai suoi piedi. Leggenda vuole che il lago sia una delle tante opere di Ercole, che infisse qui la sua clava e sfidò gli abitanti a rimuoverla; nessuno vi riuscì, tranne il suo proprietario, che la estrasse e dal foro che lasciò, sgorgò un enorme getto d’acqua che generò il lago. In realtà lo specchio d’acqua che sto ammirando ha avuto origine circa centomila anni fa dal riempimento di una caldera vulcanica. 
Pare che i pasquettari oggi siano riuniti tutti al complesso Bella Venere, dove sono oggetto di fugaci occhiate curiose, d’altronde agghindato come sono, sporco di fango e foglie bagnate, con un pesante zaino e un bastone intagliato non potrebbe essere altrimenti. Non ci faccio caso, mi siedo su un roccia sulla riva e recupero un po' di energie mangiando i panini rimasti, mentre osservo il riflesso dei deboli raggi del sole sull’acqua, i canneti mossi dal vento e i monti in cui è incastonato questo specchio d’acqua scrollarsi di dosso le nubi. 


monte venere
Riflessi per riflessioni 

lago di vico
Acque vulcaniche
lago di vico
Lo lago al tempo del Branca

Ora che il tempo atmosferico sta migliorando, è l’altro a essermi antagonista, devo, infatti, raggiungere Caprarola per farmi consegnare le chiavi dell’appartamento per la notte e non so di preciso quanto dista la meta. Ci sono ancora cinque chilometri da percorrere, tutti su asfalto, metà in salita, la parte più interessante, che offre belli scorci su tutto il lago e i monti che lo circondano. 


caprarola
Scorci lacustri

La seconda metà, al contrario, è un supplizio, un’altra pesante discesa su asfalto percorso dalle decine di macchine dei gitanti. Gli ultimi tre chilometri sembrano interminabili, del palazzo Farnese, simbolo di Caprarola e meta finale, quello che potrebbe darmi un po’ di energia e speranza per arrivare alla fine, nessuna traccia. All’ennesima curva accompagnata dalle occhiate stizzite degli autisti, decido di arrendermi, mi fermo in una piazzola al lato della strada, fingo di zoppicare reggendomi sul bastone e metto fuori il pollice confidando nel buon cuore di qualche autoctono. Pochi secondi dopo, ecco fermarsi un'utilitaria.
“Dove vai?”, mi chiede accostando
“Palazzo Farnese”.
“Sali, dai”.
Non me lo faccio ripetere. “Grazie, grazie”, dico sfilandomi lo zaino e lasciando il bastone nella piazzola. 
“Vedi?”, dice al figlio, “così se fa, bisogna aiutare la gente”.
Io sorrido, anche se un po’ dispiaciuto di non aver portato a termine la missione e mi rilasso sul sedile posteriore. Il viaggio però è davvero brevissimo, dopo una curva e qualche centinaio di metri, infatti, ecco Palazzo Farnese. Poderoso edificio pentagonale che visiterò il giorno dopo, o almeno… ci proverò.

caprarola
Possanza

Il signor Mario mi porta le chiavi come d'accordo e mi mostra la casa, un bell'appartamento al piano terra nella via centrale di Caprarola, sotto lo sguardo severo di palazzo farnese. Questa sera la caccia alle trattorie è particolarmente sfortunata, ne adocchio molte dai nomi suggestivi: Antica Trattoria del Borgo, Trattoria del Cimino, Re Scorpione, Caravaggio, Hostaria della Rosa, ma è lunedì, per la maggior parte di loro è giorno di chiusura, l'unico ristorante aperto è un locale che non mi convince molto: La Casa del Gusto, l'unica possibilità che ho di mangiare senza dover camminare altri chilometri al buio per uscire dal paesino. A cena mi rifocillo con zuppa ai ceci e ravioli ripieni al cacio e pepe conditi alla gricia. Un giudizio? Senza infamia e senza lode, una cena decente prima di un meritato riposo.



Percorso dettagliato:
Guardando la facciata della chiesa di San Nicola di Bari, prendiamo la strada a sinistra (SP 31), fino ad un bivio che si trova poco dopo un distributore ERG. Qui prendiamo la strada di sinistra: Via delle Bandite. Ignoriamo i primi due bivi sulla sinistra (Via Bruno Buozzi e Via Achille Grandi) e giriamo al terzo in Via Giuseppe di Vittorio. Proseguiamo dritti, la strada diventa una stradina sterrata che sale allontanandoci da Soriano nel Cimino fino ad incrociare una strada asfaltata, la SP62. Attraversiamola per raggiungere la strada sterrata dall'altra parte. Da qui dobbiamo seguire le indicazioni per Poggio Nibbio, sentiero CAI nr. 103.
Raggiunto Poggio Nibbio, seguiamo le indicazioni per la Via Francigena, che ci porterà a Località Canale. Per salire sul Monte Venere, prendere il sentiero 128, che diventa 128B per raggiungere il Pozzo del diavolo.
Tornate a località canale seguendo il sentiero 128B. Da qui purtroppo i sentieri lasciano posto alle strade asfaltate. Da Località Canale prendiamo la strada che andando verso sud costeggia il Monte Venere, fino ad un bivio, andando a destra verso l'agriturismo "La valle di Vico", si raggiunge il lago prendendo il prossimo bivio a destra. Per raggiungere direttamente Caprarola, invece, prendiamo la Via Cassia Cimina sulla sinistra. A circa metà della salita, sulla sinistra si vede un sentiero, prendiamolo e sbuchiamo, dopo una breve passeggiata nel bosco, sulla SP1. Una volta attraversata la strada provinciale proseguiamo dritti, su via S. Rocco, davanti a noi. La strada dopo circa 6 km incrocia Via Antonio da Sangallo. Palazzo Farnese, la meta, si troverà sulla nostra sinistra.

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