venerdì 27 maggio 2016

Ehi, una cittade! (Da Bomarzo a Vitorchiano)

1 Aprile 2016

l'armata brancaleone

Rocciosi mostri et eroi dormienti ne lo Sacro Bosco di Bomarzo, altari, abitationi et tombe di omeni primitivi et etruschi dimenticati, impervie salite in mondi perduti, ruine di castella et magnifiche cittade de lo secolo quinto. Issi son li protagonisti de lo settimo et penultimo dì de lo gran cammino su cui io vi conduco.

Itinerario: Bomarzo - Corviano - Vitorchiano


Cammino: 15 km

Percorso dettagliato a piedi: Bomarzo - Vitorchiano

Il Sacro Bosco di Bomarzo è sulla mia lista di cose da vedere da molti anni. Lo scoprii, pensate un po', leggendo qualcosa che apparentemente con la Tuscia non c'entra nulla: Berserk, manga giapponese di cui l'autore ha replicato alcuni scorci del parco per ambientare parte della storia. La scoperta che Bomarzo è sulla strada tra due luoghi brancaleoneschi: Chia e Vitorchiano, e che potevo  così aggiungerlo all'itinerario del Brancammino, fu  uno di quei momenti di massima felicità in cui per caso, senza nemmeno volerlo, si avvera un sogno covato da tempo. Oh, ognuno le sue, c'è chi sogna l'America e chi Bomarzo. E' lì che andrò questa mattina, dopo una breve visita al centro storico del borgo antico dominato dal Palazzo Orsini. Le case tutte attaccate tra loro, tutte parte di un unico conglomerato urbano, si accalcano verso il castello come una folla adorante verso un idolo al centro della piazza. L'idolo riceve solo il fine settimana e nei festivi, oggi non è nessuno dei due, così lascio silenziosamente anche questo borgo, il familiare suono del castagno sulla roccia ad accompagnare i miei passi. Quando lascio un borgo per la prossima meta mi sento il fantasma della Tuscia. In questi giorni ho raccontato spesso la storia di questo viaggio a quelli che ho incontrato, pensando che qualcuno, al ritorno a casa, forse riporterà le gesta del  viandante solitario sulle orme di Brancaleone. Egli arriva all'imbrunire, senza annunciazioni, ogni volta in un diverso borgo della Tuscia. Lì si nutre, si riposa e lo abbandona poi la mattina presto, silenzioso come uno spettro. Talvolta sparisce come un ombra nella nebbia più fitta e decine di chilometri dopo, sullo sperone di roccia dove è arroccato un diverso borgo, riappare, annunciato da quel suo bizzarro bastone che da tempi immemori toccheggia su antiche strade e sentieri. Non è forse così che nascono le leggende?




vicino orsini
Gito errando vago

Oggi, come vostro umile narratore delle meraviglie in Tuscia, vi porto nel Parco dei Mostri di Bomarzo (anche Bosco Sacro o Villa delle Meraviglie) concepito dalla mente di Pier Francesco (detto Vicino) Orsini e sviluppato tra il 1552 e il 1580 con l'intento di creare un' opera unica al mondo. Mondo che pure ha rischiato di perdere per sempre questa strabiliante meraviglia lasciata alla mercé della natura, che con infinita pazienza si riprende inesorabilmente ciò che le è stato sottratto, ché il tempo degli uomini per lei non è che un minuscolo granello in una gigantesca clessidra. Il Sacro Bosco è la storia di chi, come il suo ideatore a fine '500 e i suoi riscopritori nel 1954, ha sospeso, o almeno rallentato, la sabbia del tempo, prima per offrire e poi per ridare agli uomini questa stupefacente perla d'arte, misticismo, alchimia ed esoterismo unica nel suo genere e ciò nonostante spesso (troppo e senza giustificazioni) ignorata.
Su Bomarzo aleggia un'aura misteriosa come le sue sculture che, nei prati all'ombra di alberi secolari, si rincorrono nella mitologia e nell'architettura ispirate da luoghi e tempi distanti tra loro e qui riavvicinati, non in armonia, ma in un caotico inseguimento dall'enigmatico fascino che da cinque secoli rapisce i suoi visitatori.
Radunate alla corte della "Villa delle Meraviglie" vivono le creature che mi affascinano sin da bambino: giganteschi eroi e mostri mitologici, scolpiti in macigni coperti dal muschio, deposti qui nella notte da un vulcano ignaro di quello che gli scalpelli di scultori cinquecenteschi avrebbero sottratto alla natura senza tempo e donato all'umanità. Non c'è spazio qui per descrivere il parco e la sua vita in dettaglio, tanto sono ricche e numerose le storie che qui sono state scritte usando scalpello e peperino, anziché penna e calamaio. Vi invito ad approfondire qui e qui.



bomarzo
Ercole squarcia Caco
Bomarzo era per me un sogno, ed ora che l'ho realizzato sono pervaso da una sensazione di contemporanea felicità e malinconia, quella che sempre si prova quando si raggiunge un obiettivo.



parco dei mostri bomarzo
Malinconica felicità
Sarà la forza della suggestione, ma quando lascio il parco mi sento scombussolato, stranamente accaldato anche se la giornata è nuvolosa e fresca, con le vertigini e un senso di nausea che mi ha preso da quando sono stato nella casa pendente.



parco dei mostri bomarzo
Fin qui tutto bene

Ci vorranno due salite e una discesa lungo i vigneti abbarbicati sul peperino, e vasti noccioleti per rimettermi in sesto e raggiungere l'area archeologica di Montecasoli, che ho scrutato dalla parte opposta della rupe chiedendomi se il sentiero mi avrebbe portato fino a quelle accoglienti grotte dipinte di lichene arancione.


montecasoli
Case a schiera

La risposta positiva arriva dopo un'ora di marcia. Mangio un panino seduto sul tetto di una casa rupestre, sotto di me la selva di Malano frustata dal vento, a sinistra la lontana valle del Tevere fino ai calanchi, di fronte Bomarzo e a destra ancora selva e i resti di un castello. Mentre ascolto il vento che sferza queste vetuste abitazioni mi sovviene che l'uomo che smette di essere nomade non è poi diverso da un paguro. Non potendo portare una casa sulle spalle, come una lumaca, una tartaruga o un girovago,  o vivere sempre all'aria aperta, siamo come molluschi che passano da un guscio all'altro a seconda delle esigenze. Un tempo i gusci erano anfratti rocciosi o intricate foreste, al riparo dalle intemperie e dai predatori, da millenni ormai  abbiamo imparato a costruire il nostro guscio, emancipandoci dalla generosità della Terra che a volte ci accoglie nel suo grembo. Cambiamo guscio da quando abbandoniamo quello in cui siamo stati per nove mesi fino al nostro ultimo giorno. Crescendo cerchiamo gusci sempre più comodi e grandi, magari  per ospitare qualcun altro, poi ci incurviamo e raggrinziamo e ci accontentiamo di un involucro più piccolo, più leggero, fino a quando inevitabilmente finiamo in un guscio non molto più grande del nostro corpo.


bomarzo
Gusci preistorici

Come durante la tappa di ieri, da Bomarzo a Vitorchiano si viaggia più nel tempo che nello spazio. Il sentiero che attraversa il pianoro sulla rupe tufacea che si allunga alle spalle della chiesa di Santa Maria di Montecasoli, e poi scende nel noccioleto a valle, è costellato di testimonianze del passato che mi accompagnano fino al secondo terzo del percorso di oggi. Nascosto in un noccioleto, senza nessuna indicazione, sorge il sasso del predicatore, un alto masso di peperino in cui è stato scavato un altare.  Qui gli antichi sacerdoti etruschi divinavano le interiora di animali sacrificati e il volo degli uccelli. Non è così eclatante come la piramide etrusca, ma anche qui stupisce l'assenza di un segno di sentiero o indicazione. All'inizio mi infastidiva questa totale incuranza ma dopo giorni e giorni di osservazione di questo fenomeno di abbandono mi convinco che sia giusto così, che il mezzo migliore per godere di queste piccole meraviglie nascoste sia l'immaginazione. Salire sulla cima del sasso senza sapere esattamente di cosa si tratti ed inventarsi da solo la sua storia, le vicende di chi l'ha scolpito e vissuto, immaginare cosa potesse vedere da lassù un avo ormai scomparso ma immortale in questa roccia silenziosa, schiva, senza targhe o spiegazioni che ne toglierebbero la magia.



Corviano
Sacerdote moderno


Così si prosegue, attraversando noccioleti, incrociando casolari e contadini che mi indicano la via per Corviano. Il sentiero è sorvegliato da bizzarre formazioni rocciose, ataviche sfingi deformi. Una di queste ricorda un grosso rapace con il becco che sporge minaccioso sulla stradicciola da percorrere.

tuscia
Sfingi corvine per Corviano
Da quaggiù si vedono le entrate di case ipogee abbarbicate a decine di metri di altezza, gusci nella terra scavati nella preistoria, riadattati e riutilizzati per millenni dalle civiltà che qui si sono succedute fino agli inizi del XX secolo, quando i pastori le usavano per rifugio. Ci si può arrivare seguendo il classico sentiero che parte dalla "Tomba del re della regina", o tagliando attraverso una fitta boscaglia che porta in un mondo perduto.
Arrivato in cima alla salita che porta ad un sentiero difficilmente visibile, mi giro per osservare la grande vallata boscoso e provarne l'eco. La voce rimbalza sulle pareti della gola e torna potente all'origine, accompagnata dagli echi di risposta dei contadini più in basso.
E' il momento di lasciare per un po' la civiltà e prendere un passaggio per un luogo al di fuori del tempo. Non so se ho preso il sentiero giusto ma, a giudicare dai graffi e tagli sulle braccia con cui riemergo dal bosco difeso da roveti e sterpaglie, credo proprio di no. In qualche modo riesco ad uscire da qui ed è come attraversare un varco temporale aperto su una stretta stradina coperta di foglie che corre tra la selva e una parete di roccia verticale alta decine di metri, su cui si arrampicano felci, muschi, edera e aperture di case ipogee. La sensazione di essere saltato indietro milioni di anni è tale che non mi meraviglierei se dalla boscaglia saltasse fuori una creatura preistorica inseguita da un uomo delle caverne. Mi ricorda l'altopiano de "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle, dove dinosauri, trogloditi e uomini primitivi sopravvivono nel presente su un tepui venezuelano.



corviano
Grattacielo ante litteram



Case ipogee
Il mondo perduto



Case ipogee
Tepui in Tuscia

 

Case ipogee
Attico


case ipogee
Gusci etruschi

Mi allontano dal mondo perduto, felice come un bambino per la riuscita dell' impervia salita e la scoperta inaspettata di questo microcosmo, triste per doverlo già abbandonare e riavvicinarmi al presente. Passeggio nell'alto medioevo, sulle rovine di un castello distrutto nel XIII secolo, e nell'età del ferro, sopra e dentro le case ipogee che ho potuto ammirare dai reperti etruschi disseminati nella selva di Malano, ora visibile in tutto il suo affascinante splendore di forme, colori e materie.
Un’ora più tardi, seguendo il flusso del ruscello tra casolari e noccioleti, magnifica visione brancaleonesca! Sopra di me, in cima ad un alto e solido altopiano di peperino grigio, una cittade: Vitorchiano! Splendida, illuminata dal sole di metà pomeriggio, solenne come una statua scolpita nella stessa roccia su cui si appoggia. La salita è ripida ma al cospetto di questa scultorea bellezza si affronta senza fatica, fino a raggiungere l’antico ingresso alla citttà, un arco nella roccia costellata di colombaie etrusche ed altri segni molto più antichi dell'attuale borgo, che da centinaia di anni domina la selva e la valle ai suoi piedi. 


trekking tuscia
Visione brancaleonesca


trekking tuscia
E' certamente San Cimone... o Bagnarolo... 


trekking tuscia
...o anco Panzanatico


entrata vitorchiano
...o altro loco ch'io non saprei
Vitorchiano è il decimo e penultimo borgo attraversato dal Brancammino ed uno di quelli curati meglio. Come negli altri nove prima di questo, anche qui regna una calma appartenente a tempi meno frenetici del nostro. La quiete serpeggia nel dedalo di vicoli che si districano in monocromatiche case, ammassate una all'altra, come rami  spuntati da un unico tronco e cresciuti fino a diventare una folta chioma di pietra da cui svettano torri e campanili. Qui è stata girata la scena della città impestata, su cui l'armata Brancaleone lascia il suo terribile segno... Dura lex, sed lex.
A Vitorchiano non trovo, come successe al vecchio cavaliere, un'affascinante suonatrice di mandolino affacciata alla finestra, ma Carla, proprietaria dell'appartamento dove ho prenotato una stanza per questa notte e che si rivelerà un prezioso aiuto per il completamento del Brancammino.
A Carla, signora sulla sessantina che incontro alle quattro di pomeriggio, molto in anticipo sull'orario che le avevo comunicato, piace parlare, se dovessi riportare qui tutti i racconti sulla Tuscia e sulla sua vita che ho sentito in meno di due ore, dovrei aprire un apposito blog.
Ascolto i racconti facendo merenda con delle alici e verdure che generosamente mi sono state offerte e cerco di risolvere il problema di raggiungere Civita di Bagnoregio. Il piano prevede che mi svegli alle cinque del mattino, cammini più di trentacinque chilometri, perlopiù attraversando noccioleti o campi di cui inizia ad esser sazia la mia vista, per poi dover raggiungere Orvieto in autobus e lì aspettare il treno notturno per Trento, dove mi sono impegnato ad organizzare una seconda Gran Magnata Pagana per festeggiare il ritorno dell’eroe. Programma davvero ingestibile senza un radicale stravolgimento. Purtroppo domani è sabato e molti bus saltano le corse, ma a sbrogliare l'intricata matassa ci pensa Carla.
"Guarda, io devo giusto annà a trovà mi sorella che sta a Orvieto, te ce porto io in macchina", propone dopo aver ascoltato l'impresa che mi attende.
"E a Bagnoregio? Io ci metto due o tre ore di cammino per la tappa di domani", le rispondo.
"E che probblema c'è? T'aspetto. Me metto ar bar, me leggo un libro, e chi m'ammazza a me?"
"Se non è un disturbo..."
"Te dico che 'o faccio volentieri, se nun era così, nun te lo proponevo, eh. Stà tranquillo. Quando vuoi partì?", chiede accendendosi l'ennesima sigaretta.
Faccio due rapidi calcoli e decido che dovremmo partire per le nove.
"Va bene, se voi te porto anche a Bagnaia, ce sei stato?".
"No", rispondo ignorando persino dove sia questo posto.
"Eh no, Marchè, te a Bagnaia ce devi annà, è troppo bella! Perché nun ce sei stato, Marchè? Domani ce annamo.", dice sinceramente dispiaciuta per la mia mancata visita al vicino paesino e risoluta a portarmici.
Di fronte a tanta insistenza accetto, anche se avrei preferito tenere del tempo per visitare Orvieto, ma chissà, potrebbe rivelarsi una deviazione interessante.
Nuovo programma allora e drastica riduzione di chilometraggio, da trentacinque a sei: visita a Bagnaia, scampagnata da Bagnoregio a Civita e nei calanchi, da lì in macchina fino Orvieto, da dove partirò per Trento la sera stessa, arrivando riposato e pronto a buttare carni alle fiamme il giorno dopo.
Parlando di carni, per cena, dopo un ultimo giro al tramonto di Vitorchiano, trovo il ristorante "La Lanterna" dove saziarmi con ravioli ripieni (non ricordo esattamente di cosa) e tenero, succulento cinghiale.
E fu sera e fu mattina: il settimo giorno.


 

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