giovedì 7 luglio 2016

Errando in terra ligure. (Prima tappa dell'Alta Via dei Monti Liguri)


Bene, come annunciai un settimana addietro, vorrei con le mie modeste favelle portarvi in lochi che forse Brancaleone mai guatò ma che io ebbi la fortuna de ammirare e calcare con li miei calzari. Uno di codesti lochi est la regione nomata Liguria, donde attualmente risiedo. Di tal maravigliosa regione sono ben noti gli spettacoli marini, ma nulla ha da invidiar lo misterioso entroterra in cui scorre un'antica via tuttora percorreibile et ricca di numerosi spettacoli naturali. Issa est l'alta via de li monti liguri e percorrerla è mio intento.


Lassù, lontana dagli sciami di turisti e dei proprietari di seconde case piemontesi e lombardi che si riversano sulle spiagge il finesettimana, giace, riservata come il carattere dei suoi abitanti, una via tanto spettacolare quanto ingiustamente poco raccontata: è l’Alta via dei Monti Liguri, un’antica via che da Ventimiglia, poco prima del confine francese, attraversa tutto l’arco della Liguria e raggiunge Sarzana, al confine con la Toscana. E’ lunga circa quattrocento chilometri, percorribili in circa due settimane. Come per il Brancammino, le ferie obbligate ad agosto non mi concedono questa possibilità, così decido di farla in otto tappe, otto finesettimana con lo zaino in spalla. Il grosso problema di questo piano è logistico, gli accessi ai percorsi non sono nelle immediate vicinanze dei centri abitati e a meno che non si facciano percorsi ad anello, i mezzi pubblici sono piuttosto scarsi e ci si deve quindi ingegnare per tornare alla macchina in qualche modo. Vorrei completare il percorso prima dell'arrivo dell'estate, quando l'afa appesantisce il passo e gli insetti sciamano tra l'erba troppo alta.

È il 4 marzo, ho già posticipato la partenza di due settimane a causa del maltempo che da molti giorni frusta la regione. Anche questa mattina mi sveglio sotto un cielo tempestoso, grigio e bagnato, non un invito a mettersi uno zaino in spalla e partire per una lunga camminata di trenta chilometri, ma mi sono ormai posto l’obiettivo e promesso di partire a qualsiasi condizione. Se poi le previsioni ci hanno azzeccato, dovrei incontrare temporale la mattina e godere poi di sole per il tempo restante.
Sveglia alle sette, esco di casa un’ora dopo sotto una pioggia scrosciante e ritardo la partenza godendo di una ricca colazione al Bar delle Due Strade, uno dei miei fornitori abituali di caffeina. Al di là delle vetrate il cielo sembra bassissimo, nemmeno un filo di luce trafigge le folte nubi che riversano pioggia costante sulla riviera ligure. “Sarà davvero una buona idea?”, mi chiedo addentando la brioche e immaginandomi un sabato pigro disteso sul divano. Allontano il pensiero sapendo che al primo raggio di sole sarei assalito da un senso di colpa per aver buttato via quella che nella mia testa sarà una bellissima, quanto breve, avventura: andare da Ventimiglia fino al monte Abellio, dove campeggerò alla selvaggia per poi partire il giorno dopo, corroborato da un caffè scaldato lassù in cima osservando il mare e le alpi liguri alle luci dell’alba, alla volta di Pigna, paesino medievale nell’entroterra ligure. Per molti una scemenza, per me un raro momento di vera libertà, di evasione e riconciliazione con me stesso e l’universo.
Gli ululati del vento e lo sciabordio delle onde del mare ruggente mi danno il benvenuto a Ventimiglia circa alle dieci. Parcheggio abusivamente sotto un cartello che indica l’inizio dell’Alta Via, e un acquazzone che non accenna a placarsi. Gli bastano pochi secondi per allagare il baule della macchina da cui estraggo lo zaino. 

Ruggiti e ululati

Nel momento in cui chiudo il baule il temporale smette d’improvvise, la pioggia si trasforma in una leggera nebbiolina d’acqua e un timidissimo sole lancia persino due bagliori sotto la cappa di nuvole. Io, che do sempre un significato a questi segnali, pur sapendo che sono frutti del puro caso, interpreto questa quiete dopo la tempesta come la tacita benedizione degli eventi a questa mia scampagnata.
Ora, non aspettatevi da me precise indicazioni riguardo al percorso, perché di quelle abbondano la rete e le librerie, quindi accontentatevi di un compendio e di qualche simpatica indicazione che io finora non sono riuscito a trovare. La strada sale, costeggiando il ruggente mare al di sotto di me e solo pochi passi dopo l’inizio della camminata spacco uno dei bastoni che ho portato con me, tradendo la mia tradizione di fabbricarmi un bastone ad ogni cammino e lasciarlo, con il mio nome intagliato, alla fine del percorso. Se mai vi capiterà di seguire uno dei percorsi che qui illustrerò, cercate alla meta un bastone marchiato 1113, ma vi prego lasciatelo dove sta, è stato preso dalla natura presente su quel percorso e lì deve tornare, perché ad esso appartiene e non a me, per quanto mi sia impegnato ad intagliarlo.
Il temporale si allontana alle mie spalle, e con esso la prima salita che diventa più pianeggiante all’altezza delle numerose ville che dominano il colle sopra Ventimiglia. La maggior parte è disabitata, alcune sono difese da mastini feroci. I signori di queste ville, ed oggi anch’io con loro, godono di un invidiabile vista su tutto il golfo di Ventimiglia fino a Nizza ad ovest e a Noli ad est. Non sono ancora immerso nella natura come vorrei, ma lo spettacolo di queste ville non mi dispiace, al contrario di quello di carcasse di auto e cataste di vecchi mobili, vasche da bagno ed elettrodomestici sparse qua e là nel sentiero che scorre da queste parti e che sbocca infine su paesaggi meno colonizzati o più abbandonati.

Irrispettosi

Fino a qui non ho ancora incontrato anima viva, certo il brutto tempo non invoglia ad uscire, ma la sensazione è che continuerà a migliorare, come da previsioni. Sotto un pallido sole raggiungo i calanchi delle terre bianche, un curiosa formazione geologica dovuta all’erosione su terre argillose. Mi colpisce in particolar modo la tenacia di un pino marittimo abbarbicato sul pinnacolo più alto, in cui le radici hanno scavato in profondità fino a spaccare il friabile terreno su cui cresce. Dall’atmosfera di stampa giapponese che mi ispira quella pianta, entro, anche se da circa cinquecento metri di altezza,  in un opera di Monet:  Dolceacqua con il suo famoso ponte a schiena di asino, che l’artista amava ritrarre.

Calanchi liguri

Monet

Proseguendo nella macchia mediterranea, annusando l’aria dell’inconfondibile odore di questa vegetazione, si allargano sotto ai miei scarponi le boscose valli di Nervia, alla sinistra, e di Roia sulla destra. Da qui posso ammirare i fiumi che nel fondovalle serpeggiano fino al mare. Qui incontro numerose bmx e mountain bike, oltre a qualche escursionista incoraggiato dal sole sempre più splendente. Sono l’unico ad aggirarmi con uno zaino pesante e sto di certo suscitando domande ai centauri che scendono sullo stresso sentiero roccioso che sto risalendo.
Il sentiero continua attraverso una lunga serie di saliscendi, fino al basso Monte Erisetta, un monticello alto 671 metri, che rappresenta il punto più alto di questa tappa dell’Alta via. Tra quattro chilometri di costante ma non faticosa salita mi attende il vero motivo che mi ha spinto fuori dal letto stamattina: la presa del monte di Abellio e del suo castello, una bella montagna a forma piramidale che seppure bassa, 1016 metri, svetta sulle altre alture rendendola un ottimo punto di osservazione.
Un’ora di cammino più tardi ecco alla mia sinistra il cartello che indica la meta della giornata: monte Abellio. Su molti siti e guide che ho letto, il sentiero viene definito impervio, difficile e dal fondo sfasciato, inoltre ho letto lamentele sullo stato di degrado delle rovine sulla cima, ma nulla di questo mi fa desistere. Anzi, le leggende al riguardo: dimora di un indovino e di una strega, luogo di culto del sole in epoca celtica, insieme  all’idea di prendere possesso di quelle rovine, per quanto possano essere malmesse, mi attraggono verso la cima scelta come accampamento per la notte, che calerà tra cinque ore.
Si tratta quindi di affrontare l’ultimo dislivello della giornata e poi bearsi dello spettacolo che si può godere da lassù e di cui oggi sarò probabilmente l’unico uomo ad esserne testimone. Il sentiero è ripido, ma non difficile o impervio come viene descritto e il fondo per quanto non molto curato offre un appoggio solido, quindi il mio consiglio è di spingere sui polpacci e affrontare la salita, ma non in troppi, non vorrei che questo luogo tanto magico quanto bistrattato diventi poi sovrappopolato.
Sembra però che mettendo piede sul monte abbia indispettito lo spirito della strega: più salgo e più la nebbia si infittisce, precipitandomi nello sconforto. Non vorrei avere fatto tanta strada per poi non vedere nulla da lassù. Il brutto tempo appesantisce i miei passi, quasi come se una cappa di piombo mi fosse scivolata sulle spalle. I pensieri negativi mi impediscono di trovare il ritmo giusto, rendendo questa salita una fatica inattesa. Inizio però a intravedere i primi segni di antiche mura e rozze scale ricavate sull’andamento naturale della roccia, la vista di questi segni di civiltà mi ricarica e scrolla di dosso il mantello plumbeo. Poco prima dell’ultimo attacco alla cima trovo costruzioni di cemento abbandonate, probabilmente mai completate, di cui ignoro lo scopo, ma anche queste mi danno la convinzione che la meta non sia lontana, seppure la nebbia la celi alla vista.
Raggiungo il castello di Abellio pochi minuti dopo le spettrali costruzioni di cemento e non è nulla di diverso da quanto mi aspettassi, resistono ancora un vecchio arco, quasi integro, qualche frazione di muro e dei gradini. Per tutta la salita mi sono chiesto, senza trovare risposta, come qualcuno potesse vivere lassù, isolato dal mondo, senza terra da coltivare o animali da allevare, con un ripido dislivello di almeno duecento metri da affrontare per incontrare la prima strada verso la civiltà. Attorno a me vedo solo bianche mura di vapore, veli sui monti e il mare su cui avevo fantasticato. Sono deluso e mi chiedo se a questo punto, visto che non sono nemmeno le quattro del pomeriggio, non mi convenga scendere e raggiungere la seconda tappa, accorciando il cammino che mi attende l’indomani. Non voglio però arrendermi all’idea di non poter godere dello spettacolo che ritengo di avere meritato. Perché mai dovrei però arrogarmi questo diritto? Non ho nulla da pretendere dalla natura che mi sta ospitando, ho solo fatto quello che mi andava di fare in completa libertà, sapendo che la ricompensa non sarebbe stata assicurata. Se si fa qualcosa per obbligo, si rischia di rimanere delusi nel caso non porti al risultato che si deve raggiungere, mentre qualsiasi risultato conseguito da un azione svolta liberamente, da cui si possono sì avere delle aspettative, ma che non recano danni se non sono raggiunte, avrà un effetto positivo. Forse non vedrò il panorama che mi aspettavo, ma quantomeno il monte Abellio è conquistato.
Nel frattempo pare che qualcuno lassù si stia stancato dei miei lamenti e mi redarguisce con una grandinata. I chicchi di grandine mi ricordano che i pensieri negativi peggiorano solo la situazione, così mi siedo su una roccia e chiudo gli occhi, cercando di calmare i pensieri e di entrare in contatto con l’universo. Come per i bagliori di questa mattina so che sono solo coincidenze, ma pochi minuti dopo essermi seduto a gambe incrociate e pregato in silenzio gli spiriti della natura, la nebbia inizia ad alzarsi rapidamente, svelando pian piano, come un lento spogliarello, prima il mare sopra Ventimiglia, poi le prime cime innevate alle mie spalle. Sotto di me, su di una collina alta sorge Airole con i suoi estesi terrazzamenti, su cui ho una bella vista aerea. La nebbia alla mia sinistra si dissiperà più tardi, prima del tramonto, regalandomi infine la vista a trecentosessanta gradi che tanto agognavo.
Ora che il sole illumina il mio regno per una notte, posso erigere la roccaforte: una tenda talmente piccola da riuscire ad ospitare a malapena un cristiano sdraiato e il suo zaino, e una zona cottura rappresentata da un fornelletto a gas opportunatamente difeso dal vento da un circolo di pietre. 

Castellaro per una notte

Prima di cenare ho un problema da risolvere: l’acqua rimasta mi basta infatti per cuocere la pasta e un caffè il giorno dopo, lassù però non sembrano scorrere ruscelli, come invece avevo sperato. L’unico modo per recuperare dell’acqua è di trovare qualche roccia su cui sta ancora scorrendo dell’acqua piovana accumulata negli ultimi giorni, ma non trovo una roccia che fornisca più di una goccia al secondo. Rinuncio dopo una lunga ricerca attorno alla cima del monte, che mi porta a trovare anche un vecchio deposito d’acqua piovana, troppo stagnante e sporca per essere una valida fonte, sapendo però che il giorno dopo non sarà troppo difficile trovare qualche rigagnolo più invitante. Il tramonto quella sera è una delle immagine più belle che ho visto negli ultimi mesi: il sole scende dietro le montagne proiettando un arcobaleno di colori che sfumano dall’azzurro al viola fino al blu sul confine con il mare di fronte e le cime imbiancate alle mie spalle. Gli ultimi lampi di luce tingono di rosa le bianche vette dei monti francesi e piemontesi, ancora avvolti dalle ultime nuvole della sera.

Terra di confine


Circondato da tanta bellezza sparisce ogni fatica, ogni sentimento di solitudine, non riesco a pensare ad altro che non sia lo spettacolo che davanti a me passa di atto in atto continuando a regalare emozioni. Alle ultime luci del sole, ancora abbastanza presente per illuminare la cena, cuoce una ricca porzione di sedanini da condire con abbondante salsa di noci. Il vento aumenta di intensità, costringendomi a ripararmi nella tenda in cui consumo la cena. Gusto il pasto tanto frugale quanto appagante, mentre osservo le prime stelle comparire nel cielo, le ultime sfumature di viola volgono ad un blu sempre più scuro, finché non distinguo più l’acqua dall’aria. Sopra di me scintillano le stelle di Orione, enorme sulla mia destra vedo l’Orsa maggiore come non la vedevo dalle notti islandesi, oltre a lei cerco altre costellazioni, tendendo la testa fuori dalla tenda finché resisto al vento. Eolo soffia con insistenza, negandomi il sonno. Nel dormiveglia genero incubi a profusione: gruppi di persone che si ritrovano sul monte per riti satanici, fuggiaschi in cerca di un rifugio imprendibile, cinghiali in carica e lupi famelici. È solo il vento. Messi a tacere gli incubi e placatesi le raffiche, mi addormento e mi risveglio alle quattro, in tempo per osservare la volta stellata di astri e una falce di luna che tra poco cederà all’alba.


Policromia tardoinvernale



Un sicuro riparo

Angolo cottura

Ultime luci

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