giovedì 15 dicembre 2016

Errando in Terra Ligure: Monte Abellio - Pigna



Ohilà, cinque mirabolanti mesi son passati e ancora semo lassù, al castello di Abellio a godere della visione de li astri luccicanti. Orsù, bando alla pigrizia, è ora di raccontar di come scesi da lo monte e mi recai a lo paesino nomato Pigna, a valle. Le mie memorie sono ormai celate da la nebbia de lo tempo, ché ben otto mesi e numerose scampagnate son trascorsi da quel dì di marzo, per cui non mi dilungherò molto e ciò forse è buona novella per li mei lettori.


La bellezza dell'alba di questa giornata rivaleggia con quella del tramonto del giorno prima. La omaggio con un caffè bevuto dalla fedele tazza a forma di testa di Hulk, che sempre mi accompagna nelle escursioni di più giorni.


Dal tramonto all'alba


Ogni volta che smonto la tenda mi accorgo di quanto poco serva all'uomo per vivere: fuoco, un riparo, cibo, acqua. Perché ci siamo allontanati così tanto da uno stile di vita lento, in armonia con la natura a quello moderno, frenetico, irrispettoso del pianeta che gira incurante della nostra presenza e di cui ci sentiamo padroni? E' curioso come non abbia mai sentito nessuno lamentarsi quando è immerso nella natura, nella sua grandezza e semplicità che fa sentire più liberi, dimentichi dei problemi che assillano la civiltà, mentre ho perso il conto dei racconti di persone stufe e stressate della quotidiana vita lontana dalla natura. Più l'uomo si allontana dalla sua condizione naturale, più perde le qualità che lo hanno portato dove siamo ora: creatività e capacità di adattamento, caratteristiche che più di ogni altra contraddistinguono la nostra specie. Perdendo queste caratteristiche ci si smarrisce in un mondo in cui l'umanità vaga eterodiretta, senza nemmeno comprendere la complessità che  ci si convince di essere costretti ad accettare.

Livin' easy, livin' free...

I miei problemi qui non sono molto complessi, ma la loro soluzione è di importanza vitale. Devo infatti rimediare alla mancanza d'acqua, di cui l'ultimo sorso, è stato usato per il doveroso - quanto superfluo - rito del caffè. Lumaca umana, guscio in spalla, scendo dal mio castello verso il sentiero che mi riporterà in quota a 1.071 metri. Da qui riesco ad apprezzare meglio il monte che mi ha accolto la notte appena terminata. Una piramide verde, una cima alta poco più di un migliaio di metri dalle ripide pareti coperte da alberi che nascondono la via d'accesso. Un ottimo luogo sia per un castellano che per uno scrittore in cerca di ispirazionendovini. Gli spettacoli naturali più suggestivi ispirano la fantasia degli spettatori e talvolta uno di loro, più capace  di altri di narrare una storia, trasforma questi luoghi inusuali nei paesaggi o nei protagonisti di favole e leggende destinate a durare nei secoli. A chi sa ascoltare in silenzio e ammirazione, la natura bisbiglia racconti vecchi come il mondo, sopiti in attesa della giusta voce che li risvegli.
La sacca dell'acqua è di nuovo piena all'arrivo a Colla Sgora, meta del secondo tratto dell'Alta Via dei Monti Liguri. I primi venti chilometri e 1.071 metri di elevazione sono stati coperti. Da qui salirò di altri cinquecento metri per poi scendere a Pigna, 600 metri più sotto. E' una stupenda giornata di primavera, molto diversa da quella che mi aspettavo: neve, pioggia e nuvole per due giorni impegnativi, come minacciavano le previsioni. Il mare e il Monte Abellio mi coprono le spalle mentre avanzo verso la salita che mi porterà in cima a Testa d'Alpe. Il percorso è disseminato di antichi forti e altri ruderi bellici, ma quello che mi attrae di più è un terrazzamento che ospita un paesino abbandonato di case in pietra e muretti a secco. Eleggo a ristorante con terrazzo una delle casette meglio conservate. Ci si tratta di lusso: datteri con prosciutto, focaccia e noci, riscaldati dal sole vicino allo zenit. Un momento idilliaco in un luogo dove la vita non deve esserlo sempre stata altrettanto. Una vita dura quassù, lontani da lo nero periglio che vien dal mare (siam pur sempre su un sito nato ispirandosi a Brancaleone, vi ricordo), sostenuti da castagni e pastorizia sferzati dal vento di tramontana.
Come sto bene in questo paesino fantasma, unica presenza umana nel raggio di molti chilometri, ad accumulare energia positiva per i prossimi giorni. Mi chiedo se sia preferibile pagare il prezzo della scomodità per godere del lento scorrere dell'esistenza o quello della frenesia per qualche comodità in più.
Mi lascio alle spalle il villaggio abbandonato e l'idillio solare per inoltrarmi attraverso un bosco che spero sbuchi sul sentiero al di là della galleria. Via impervia e spinosa fino a un più facile letto di torrente prosciugato che mi porta sul sentiero sterrato. Di fronte a me compaiono i ruderi dei forti della seconda guerra mondiale e insieme a loro, finalmente, la neve. Ho imboccato un sentiero che mi sta allontanando dal percorso che avevo in mente, fino ad un bivio che imbocca una salita impervia, innevata e leggermente velata dalla nebbia. Ecco ciò che cercavo, una salita impegnativa, che mi riporti in quota, verso Testa d'Alpe, verso la Francia sull'antica via del sale, ora coperta da un fitto manto di neve. Proseguo a lungo sulla neve, interpretandola, cercando di capire i punti in cui è ghiacciata, o morbida, o tanto bagnata dalle gocce cadute dai rami del fitto bosco di conifere da sprofondare sotto i piedi. Cammino per un paio d'ore tra uno stato e l'altro, in assoluto silenzio fino all'incontro di una jeep che si diverte a scassare quella lingua bianca che chilometro dopo chilometro mi porta al termine della terza tappa dell'alta via dei monti liguri: Colla Scarassan. Da qui un sentiero in discesa porta a Pigna, paesino medievale 500 metri più a valle. Non lo imbocco subito, proseguo fino al rifugio Muratone, da cui dovrò partire per la prossima tappa, da organizzare allo scioglimento delle nevi e alla riapertura del percorso degli alpini. Il cammino verso Pigna è accompagnato da quella malinconia che sempre si aggiunge al peso dello zaino durante le discese, il ritorno alla civiltà, il pensiero del lunedì e quella voglia di continuare a camminare, verso il monte Toraggio e ancora avanti, più in alto, sulla cima del Saccarello e poi giù, dalla vetta della Liguria fino al mare, fino alla Toscana. E poi magari oltre? Sulla Francigena fino a Roma? Ah, che sogno sarebbe! Ma no. Ci sono impegni laggiù, responsabilità a cui non posso, o forse solo non voglio, ché la possibilità è qualche tornante alle mie spalle, sottrarmi. E allora scendo, un passo dopo l'altro, scanditi dal suono alternato di un bastone di legno e di una più moderna punta di metallo che battono sull'asfalto che costeggia i casolari dei contadini abbarbicati lassù.
Puntuale, durante la discesa, la scatola cranica diventa la sala in cui si proietta la moviola di queste due bellissime giornate: la tempesta a Ventimiglia, la salita al monte Abellio, la nottata passata lassù, a cavallo tra un tramonto e un'alba che forse solo così possono essere godute appieno; la ricerca dell'acqua, il bivacco nel paesino di pietra abbandonato, la neve, le conifere, lo zaino che pesa sulle spalle ma alleggerisce i pensieri. Ecco, tutto questo porto a valle, e mi accoro che quegli impegni da cui vorrei tanto sfuggire sono invece il contrappeso necessario per poter apprezzare davvero questi brevi intervalli di libertà.
A Pigna mi attende un ultimo spettacolo: una cascata verde e limpidissima che scorre a fianco di un vecchio mulino. Sul ponticello che scavalca il fiume lascio il bastone che mi ha portato fin qui, ennesimo legno marchiato 1113 a testimonianza del mio passaggio, restituito alla natura che generosamente me lo ha prestato.
Resta ora un problema logistico: raggiungere Ventimiglia, recuperare l'auto e tornare a Savona. Ho due opzioni, in assenza di mezzi pubblici di domenica: campeggio selvaggio o albergo in attesa di svegliarmi l'indomani alle cinque per prendere il primo autobus per Ventimiglia, oppure tentare l'autostop. In pochi minuti il fedele pollicione cattura la generosità di un'autista alla guida di un auto sgangherata. E' un francese che insieme ad un amico brasiliano sta viaggiando verso la città di confine. Nessuno dei due parla italiano o inglese, me la cavo con quel poco di spagnolo improvvisato che conosco e dopo un breve viaggio raggiungiamo Ventimiglia. Trovo una città ben diversa da quella di due giorni fa, al posto di grigi palazzi frustati dal vento, dalla pioggia e dal fragore del mare, mi appare una placida cittadina illuminata da uno splendido tramonto giallo. La luce surreale accende le grandi nuvole all'orizzonte, ammassate sulla superficie del mare ora calmo, e mi accompagna sull'Aurelia, fino a casa. Casa... o piuttosto l'ennesimo guscio.

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